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martedì, giugno 14, 2005

Aiuto

Quando mentiva guardava sempre fisso negli occhi di chi la stava ad ascoltare. Quando diceva la verità abbassava lo sguardo timidamente. Le piaceva guardare fuori dal finestrino del treno i cantieri delle case in costruzione e fantasticava sulle vite delle persone che le avrebbero abitate. Le vecchiette con la schiena ricurva che impacchettavano le alghe nel mercato di Nishikoji-dori le facevano tenerezza. Aspettava sempre con impazienza la prima neve, come una bambina.
Faceva freddo a Kyoto. E il vento ogni tanto le alzava la gonna. I calzini bianchi erano perfettamente incollati sui polpacci, e Michiko aveva soltanto le guance un po’ arrossate. Al santuario Kiyomizu ci era arrivata per caso camminando tra le viuzze del quartiere Yasaka. Alle cinque aveva appuntamento in una caffetteria con un’amica, ma quel pomeriggio si era ritrovata con del tempo da perdere ed era uscita di casa con la largo anticipo.
“Non voglio suicidarmi. Non credo di farcela da sola. Voglio soltanto un po’ morire”. Così le aveva detto l’amica al telefono. Aveva singhiozzato e pianto e farfugliato raccontandole la fine di un amore lungo sette anni, ma quando aveva pronunciato quella frase Michiko aveva percepito un’impassibilità che le aveva dato i brividi.
“Mi chiederà di ucciderla?” si chiese sdraiandosi sul tatami, fissando una macchia di muffa sul soffitto. “Prima ho provato a passarmi una lametta sulla pelle del polso. Lì la pelle è talmente bianca e sottile. Vedevo perfettamente le vene che avrei dovuto tagliare e cercavo di spingere sempre più forte. Non provavo nulla. Credo di avere prosciugato tutte le sensazioni di dolore”. Michiko aveva davanti agli occhi quei polsi sottili. Li aveva visti più volte. Li preferiva senza bracciali, perché nudi erano ancora più eleganti. Ma non riusciva a immaginarli lacerati da una lametta e con i lembi di pelle rossi di sangue.“E poi? Ti sei fermata, vero?”, chiese temendo che stesse parlando mentre il sangue le gocciolava dalle vene ricadendole sui vestiti. “Sì, mi sono fermata. Mi devi aiutare”.
La salita che portava al santuario era come ogni giorno gremita di persone. C’erano molti turisti stranieri, e Michiko fissò per qualche secondo una ragazza bionda che scattava delle foto alle riproduzioni in plastica dei coni gelato. Aveva un buffo cappello di lana. Non era una scena troppo insolita, ma la curiosità ingenua di quella ragazza bionda la fece sorridere un po’.
Quando andava al Kiyomizu si soffermava sempre qualche minuto a osservare la grande porta rossa. La conosceva in ogni dettaglio. Ma quel pomeriggio il rosso le metteva un senso d’inquietudine nello stomaco. “Cosa vuole che faccia per lei?” continuava a domandarsi. “Mi chiederà di spogliarla, di riempire la vasca da bagno, di tagliarle i suoi bellissimi polsi e tenerle le mani dentro l’acqua calda fino a quando la sua testa ricadrà senza vita sulle spalle e vedrò il suo corpo immerso in un tiepido liquido rossastro?”. “Mi chiederà di legarle le mani, e di sdraiarla su letto, guardare il suo sguardo triste e intenso per l’ultima volta, e poi toglierle il respiro con un cuscino?”. “Mi chiederà di stringere il suo collo snello e delicato con tutta la forza che riesco a trovare nelle mie gracili mani…”. Non riusciva a pensare di commettere il delitto senza toccare il corpo dell’amica. Non l’avrebbe aiutata a prendere una dose massiccia di tranquillanti, e non le avrebbe cucinato il pesce palla. Per Michiko togliere la vita da quel corpo era possibile solo toccando il corpo stesso.
Arrivata all’edificio principale del santuario Michiko non poteva fare a meno d’immaginarsi mentre toglieva la vita alla sua amica. Non era turbata per questo. Il fatto in sé non le recava il minimo disturbo. Ciò che le strozzava lo stomaco era che in tutte le sue fantasie si vedeva sorridere. Sorrideva eccitata. Un sensazione di morbosa euforia le corse lungo la schiena quando pensò che quel santuario poteva essere l’ultimo luogo che lei e l’amica vedevano insieme. Sentì vibrare il cellulare nella tasca della gonna. “Sono al Kiyomizu. Puoi raggiungermi qui”.“L’abbraccerò, le accarezzerò i capelli, le bacerò i polsi. La spingerò giù. Da qui saranno almeno venti metri. Il suo corpo colpirà i pali di legno, e i rami secchi degli alberi graffieranno la pelle del suo viso e delle sue braccia. La vedrò da qui, sdraiata sulla ghiaia con il collo e le gambe piegate…”
“Eccomi! Scusa per il ritardo!”
“Non ti preoccupare. Riposati un po’, stai ansimando!”
“Già! Ho fatto tutta la salita di corsa… ho bisogno di parlarti!”
“Lo so… Prendi fiato. Hai pianto ancora vero? Hai gli occhi gonfi…”
“ Sì. Ho pianto in metropolitana”.
“Ti devo aiutare, vero?”
“Io non ce la faccio da sola. E questa è una cosa troppo grande per me”.
Michiko abbassò lo sguardo e fissò una venatura del pavimento di legno della piattaforma dove stavano parlando.
Ancora con gli occhi bassi sussurrò:“Io ti voglio bene. E farei qualsiasi cosa per te. Se non ci riesci da sola ti ucciderò io…”.
L’aria fredda e densa si sciolse in una risata.
“Uccidermi?! Ti ringrazio tanto per questo pensiero gentile ma non voglio che tu mi uccida!”.
Le fantasie di Michiko si sciolsero di colpo nel suo stomaco.
“E allora? Cosa vuoi che faccia?” chiese. Non aveva il coraggio di guardare l’amica negli occhi.
“Lo so che non ti piace questo tipo di divertimento, ma… vorrei che mi accompagnassi a Tokyo. Voglio andare a Disneyland!”
“Disneyland…” sussurrò Michiko.
“Staremo una settimana! Ho già prenotato lo shinkansen… ci divertiremo!”
“Disneyland…” sussurrò Michiko.
“Lo so… lo so… è una cosa infantile, ma devo sgombrare un po’ la testa! Vorrei averla vuota almeno per qualche giorno”.
Michiko stava fissando la ghiaia a venti metri d’altezza. Se si concentrava riusciva a distinguere un singolo sassolino dall’altro. Volse lo sguardo sulle mani dell’amica, poi sui polsi, sulle braccia, le spalle, i capelli neri e folti, e infine gli occhi. Quello sguardo intenso che avrebbe saputo spengere una volta per tutte le sembrava ora del tutto vuoto. Il volto della sua amica si dissolse nella maschera di Mickey Mouse, e un sorriso storto comparve sulle labbra di Michiko, che fissando l’amica dritta negli occhi disse:
“Accompagnarti a Disneyland non può altro che farmi piacere…”

Scritto qualche mese fa, sollecitata da un amico che mi chiese un racconto sul mio viaggio in Giappone...
Mi piace questo racconto.
A te?

giovedì, aprile 21, 2005

Rugiada

Cominciai a giocare con le cannucce e la fettina di lime rimasta nel bicchiere. Mi sembrava di avere in mano due bacchette cinesi, fingevo di afferrare un improbabile involtino primavera. Fuori il vento portava a spasso le prime foglie morte dell’autunno sbattendole di qua e di là come il rum appena entrato in circolo nel sangue mi sbatteva di qua e di là i pensieri nella testa mischiando quelli veri con quelli soltanto sognati. Posai il bicchiere per terra, chiusi gli occhi e l’odore dei Suoi capelli mi entrò nelle narici. Ne aspirai il leggero profumo di tabacco, sudore e shampoo alla mela verde e lo ributtai fuori dalla bocca, come tirando da una sigaretta.
Mi si era addormentato sulle cosce con il viso rivolto verso il muro che ci stava di fronte, e carezzandogli la guancia la mia mano pescò un filo di saliva che gli scendeva dalla bocca. Rimasi così immobile a guardare le immagini a ritroso che mi passavano davanti agli occhi chiusi: i nostri corpi nudi e sudati, due occhi vicini e una bocca che sorride, un vialetto mano nella mano, un cordon bleu bruciato, un cin cin tra una birra e un Cuba libre, le stelle d’agosto fuori dal finestrino della macchina, la ruota panoramica, le mani tra i capelli, gli sms, Woody Allen, la pelle, il caldo, il freddo, i fuochi d’artificio, un “Come ti chiami?”, due anni vomitevoli e ipocriti come convenevoli.
Con in mente l’inizio della nostra storia aprii gli occhi nel momento della sua fine e inalai ancora il suo odore. Lui si era svegliato e mi guardava assonnato: “Che c’è?”, chiese. Il filo di saliva brillava al lato della sua bocca, sembrava la rugiada sui fiori dei cartoni animati. Feci un sorriso e scrollai le spalle: “Niente”, risposi e chinandomi lo baciai. I suoi occhi sorrisero e si richiusero soddisfatti. Con il dito tolsi il filo di saliva brillante che mi aveva lasciato sulle labbra e lo lasciai asciugare all’aria aspettando che il rum rendesse meno vomitevoli i convenevoli della nostra storia.
Racconto scritto in una giornata di fine settembre di qualche anno fa...

giovedì, marzo 24, 2005

Linoleum

Quella mattina la mia vita era cominciata come tutti i giorni. Mi ero svegliata da sola, avevo notato che ci vedevo ancora e che riuscivo a muovermi, ma c’era ancora in me la stessa sensazione che tutto fosse troppo grande. Hanno detto che passerà anche questa, hanno detto. Avevo fatto colazione, pianto solo un pochino questa volta. Sto diventando brava, dicono. Qualche mese fa ricordo che ero un vero impiastro, ma come si fa a non piangere, gridare, dimenarsi quando si viene abbandonati? È il solo modo che conosco per dire : «Eh no, cari! Io non ci sto mica! Non vale! Ma dove ve ne andate? Ehi, aspettate…E ora?». Pianto greco. Sono sicura che tra qualche anno imparerò qualche modo meno clamoroso e più subdolo per manifestare lo stesso senso d’abbandono. Bisogna solo saper aspettare. Finora sono una primadonna e queste cose me le posso permettere.
Dicevo. Da qualche mese a questa parte le mattine passavano allo stesso modo, rasentando la monotonia. Ho visto il gatto e detto «Miao». Ho visto il cane e detto: «Bau-bau». Con la giraffa posso solo dire : «Affa», perché non ho la più pallida idea di come faccia una giraffa. Sono intelligente, questo è fuori discussione, la giraffa ha il collo lungo, e mangia gli alberi, ma come fa non lo so proprio. A quanto sembra non lo sanno nemmeno loro. E non lo sa nemmeno Lui. Certo delle Sue capacità intellettive si può anche dubitare un po’. Una volta gli hanno fatto vedere un pappagallo. Gli hanno detto «Pappa…» e lui ha detto «Ppero». Mi sono vergognata per lui in quel momento. Mi ha fatto intendere che voleva fare il simpatico. Ma io non ci ho creduto. Non sono stupida e sono una primadonna, queste cose le capisco al volo. È molto più che intuito femminile.
Il fatto è successo dopo pranzo.
Siamo andati fuori. Ora che non fa più freddo ci portano fuori. Ho deciso che la stagione che mi piace di più è la primavera. Mi ero un po’ annoiata a cadere sul linoleum della stanza: non è proprio bello sbattere la fronte. La prima volta si piange. E anche la seconda. A dire il vero si piange anche le volte successive. Il fatto è che non c’è solo quell’attimo di paura, quando stai cadendo di faccia, e il pavimento si fa sempre più vicino, e sai che tra un attimo ti sbatterà contro provocandoti dolore fisico. Subentra anche una certa frustrazione psicologica. Il pavimento è liscio e anche quando è sgombro non sai mai perché cadi. E ti senti inadeguato anche per un pavimento liscio. Cadere sulla terra e sull’erba è tutta un’altra storia: si può dare la colpa dell’infelice caduta a un sasso, alle irregolarità del terreno, o a una formica, e il tutto a favore dell’autostima. È una bella cosa. Credo che addossare le colpe agli altri sia una cosa che fa crescere.
Lui è stato il primo a camminare. Lo ammiravo per questo, e allo stesso tempo lo invidiavo in modo impressionante. Lui che non era primadonna e non era nemmeno donna riusciva a starsene beato in piedi, dominare tutti noi quadrupedi, arrivare per primo ai giochi, a volte anche giocando sporco, calpestandoci. Ricordo di avergli fatto più volte lo sgambetto per ridimensionarlo un po’. Se non ci pensavo io chi lo avrebbe fatto? Tutti a dirgli «Bravo, bravo!». Si sarebbe di certo montato la testa. E un uomo con la testa montata è specie pericolosa.
Però, quanto mi piaceva? Non riuscivo ad ammetterlo, ma mi piaceva molto più dell’orsetto con cui dormivo. Sentivo di tradire l’orsetto, e di questa cosa me ne dispiacevo, ma Lui aveva le manine più belle di tutti gli altri, due occhi grandi che ti facevano venir voglia di pizzicarli e tirarli fuori da dove erano stati messi e farli rimbalzare a terra per un po’, un sorriso incantatore, una dozzina di dentini messi tutti al posto giusto, e il pannolino sempre calato. E poi quando parla: “palla”, “macchina”, “bua”, “cacca” sono parole che acquistano un significato magico quando le pronuncia Lui. A parte l’incidente “pappappero” non posso fare a meno di confessare che avevo un debole per quell’uomo.
I nostri contatti sono stati sempre brevi, tuttavia intensi. Quando stava sviluppando la sua supremazia fisica dando in testa i giochi agli altri, una volta ha reso anche me partecipe di questa sua crescita interiore colpendomi con una macchinina. È stato talmente bello che non ho potuto fare a meno di piangere. Un’altra volta mi ha fatto mangiare con il suo cucchiaio e di nuovo mi ha reso partecipe di qualcosa di suo, la gastroenterite che ci ha costretti a letto per due settimane.
La primavera era bella anche per i fiori. Li facevano raccogliere per poi darli a qualcuno. E dopo l’offerta era automatico il bacino. Quanti baci a primavera.
Fino a quel momento tutto normale. C’era chi faceva giardinaggio strappando le foglie delle piante, chi faceva rimbalzare una macchinina – e poi mi chiedo perché mi sento intelligente… -, chi parlava del più e del meno usando solo sillabe inizianti con T, chi raccoglieva fiori e dava bacini, chi dava solo bacini. Cosa? No. Non è possibile. La storia dei baci è un riflesso condizionato. Lo sa anche Pavlov. Non si possono dare baci senza dare prima fiori. Ma chi è che infrange le leggi del cosmo? E chi è che infrange le leggi del cosmo proprio con Lui? Era Lei.
Se ne stava lì in piedi, come una ballerina, sulle punte, cercando di trovare il baricentro del suo equilibrio attaccandosi proprio alla Sua spalla, e le sue labbra, a dire il vero un po’ bavose, si erano incollate alla guancia di Lui. Sulla Sua faccia era spuntato un sorriso giocondo, non capivo se gli piaceva oppure no essere mangiato da quelle labbra. Di sicuro non doveva essere una sensazione sgradevole. A me piacerebbe essere mangiata di tanto in tanto. Lo ammetto.
La cosa più seccante fu che Lui ricambiò il bacio con la stessa rapidità con cui una zanzara punge. In realtà cominciavo a sentirlo un po’ di prurito. Eritema da stress, senza dubbio. Stavo per essere colta da una crisi esistenziale. Mi girava un po’ la testa e cominciai a camminare sull’erba con in mente queste domande: Forse per vivere in santa pace non bisogna accontentare nessuno? Forse non bisogna aspettare il risultato di un riflesso condizionato? Forse è meglio mostrarsi stupidi per comportarsi liberamente? Camminavo e incrociavo gli sguardi degli altri. Stavo puntando i Due per poterli separare, e tendevo la mano verso quelle labbra che assaggiavano la Sua pelle. Quanti scambi di cellule. Persi il mio equilibrio mentale e caddi in modo maldestro a terra. Dov’era la formica? E dov’era il sasso? Non c’era niente e rimasi con un po’ di terra in bocca a chiedermi: Di chi è la colpa?>
Mi sa che questo oltre ad innumerevoli lettere, mail, e liste della spesa è il primo racconto che ho scritto.
In questi giorni all'asilo stiamo lavorando solo noi supplenti. Un bimbo -- un'hobbit di tre anni-- mi ha tirato una costruzione sul naso. Va bene che mi dovrei operare per la deviazione al setto nasale, ma così è ridicolo. M'ha fatto male...

martedì, marzo 22, 2005

Impronte

"Il vagone della metropolitana grondava persone, fiato, odori, unto, stanchezza, muscoli afflosciati dal caldo, starnuti, gocce di sudore, umidità. Riflessa nel finestrino notai che mi si erano già arricciati i capelli, ma non li toccai per paura di sporcarli. Alla fermata Tiburtina scesero in molti, tutti quelli con la valigia e gli infradito. Mi vennero in mente i sedili blu dei treni regionali, i prati di Capannelle, l’aria fresca dei Castelli. «Domani torno a Frascati» pensai non troppo convinta. Vicino alle porte d’uscita c’era la pubblicità di un centro dimagrante che promuoveva “sconti bikini”. Di fronte a me era rimasta una signora: pelle giallognola, fianchi larghi, sciatta, cadente, testa arancione e grigia, una ciocca di capelli appiccicata sulla guancia. Aveva un borsone di paglia dal quale spuntava un sedano. Credo che tutto il cattivo odore del vagone provenisse dai suoi piedi: duri, accaldati, più gialli della sua pelle e scuri sui talloni. Li avevi infilati a forza in un paio di ciabatte argentate con la suola di sughero pressato. La fibbia sul collo del piede premeva, e quattro dita ammucchiate una sopra l’altra facevano capolino dalla punta della ciabatta. L’alluce destro era deformato e tale e quale era l’unghia, ricurva, ispessita e con una macchia di smalto rosso che stava lì almeno dagli anni ‘50. Del mignolo non c’era traccia. Immaginai quei piedi in riva al mare pulirsi nell’acqua fresca e nella sabbia, impregnarsi d’acqua salata e di odore di iodio, e per un processo osmotico rigenerarsi fino a diventare bianchi e morbidi. Presa da queste fantasie stavo per perdere la mia fermata. Aprii le porte, e scendendo mi voltai un attimo a guardarla. Stava per tossire e allontanandomi riuscii solo a sentire catarro venire su dai polmoni e qualcuno che deglutiva".
Questo breve racconto l'ho scritto, forse quasi due anni fa. Ora l'ho mandato per il concorso letterario "Parole in corsa" indetto qui a Roma dall'ATAC e da Trambus. La scorsa settimana un tipo mi aveva invitata ad una trasmissione sulla rete locale Roma Uno (che promuove questa iniziativa) per parlare insieme ad altri "scrittori" inediti dei racconti o forse dell'iniziativa in genere. Ieri ho declinato l'invito...! Sono impacciata quando mi scattano una foto, figuriamoci davanti ad una telecamera!