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mercoledì, marzo 12, 2008

Le terme al cinema...!


Ieri sera sono stata all'Istitituto Giapponese di Cultura per un'altra serata cinematografica!

Come da programma si è svolta la tavola rotonda "L'anti-cinema di Ozu", che è il titolo del libro scritto dal regista Yoshida Kiju e tradotto in italiano da Doi Hideyuki (professore all'Università di Tokyo in Firenze). Tuttavia la serata si è incentrata tutta sull'opera di Yoshida e sull'attrice Okada Mariko, entrambi presenti in sala.

L'introduzione e i convenevoli di rito anche questa volta sono toccati al direttore dell'Istituto Giapponese di Cultura, Takada Kazufumi. Gli ospiti sono stati ulteriormente introdotti dallo stesso Doi, da Donatello Fumarola (critico cinematografico) e Marco Mazzi (critico e videoartista). Per problemi familiari non è stato presente Enrico Ghezzi.

Ha iniziato a parlare Fumarola, sempre attento a pescare nell'aria (con calma...pure troppa) la parola giusta (per un manuale di critica cinematografica) per esprimere concetti che il povero Doi ha dovuto cercare in qualche modo di tradurre in giapponese per Yoshida. Ma queste sono considerazioni personali. Passiamo ai fatti. Il placido Fumarola aveva già incontrato tre anni fa la coppia Yoshida-Okada giunta in Italia (in cinque città) per una retrospettiva completa delle opere del regista. Fumarola ha anticipato anche che la coppia sarà ospite a Parigi dopo Pasqua per una rassegna di 19 film del regista...sembra che la coppia di artisti abbia con la capitale francese un rapporto speciale (Yoshida vi ha soggiornato per cinque anni, e la sua formazione dipende molto dalla Francia, come dirà in seguito lo stesso regista). leggendo il libro "L'anti cinema di Ozu" Fumarola si è chiesto se ciò che ha scritto Yoshida non sia tanto un libro sul cinema di Ozu, quanto piuttosto un'auto-biografia. Raccontando il cinema (o l'anti-cinema) del grande regista giapponese, Yoshida in realtà traccia il suo percorso di cineasta, descrive il suo rapporto con il cinema, con gli altri registi e la case di produzione della cosiddetta "nouvelle vague" giapponese, la sua idea di cinema...sempre utilizzando Ozu come uno "specchio".

Su Yoshida il più animato (!) Mazzi ha raccontato invece un aneddoto. Due anni fa lo ha incontrato e lo ha intervistato in un ristorante. Non era proprio un felice momento per Mazzi, perchè gli era presa una colica, e non riusciva a mangiare niente. Stare lì in un ristorante, con le portate davanti, simulando il mangiare, gli faceva pensare di recitare una scena cinematografica. Manifestato questo pensiero a Yoshida, il regista ha commentato: "L'immagine non esiste. Ciò che inseguo durante la lavorazione dei miei film non è l'immagine, ma la parola. L'immagine sfuma rispetto alla parola". La parola. Questa secondo Mazzi è il cuore e la pelle di molti film di Yoshida. Nonostante questo il regista può essere definito anche un filosofo dell'immagine, perchè durante gli anni '60 ha percorso strade di pensiero inedite per quegli anni, e che sono attuali, o comunque suscitano interesse anche ai giorni nostri. Yoshida si forma con la filosofia francese (con quella di Sartre in particolare), ed è interessato all'esistenzialismo, ai primi germi del post-modermo, alla cultura del '900, rimanendo tuttavia legato alla sua cultura, quella del paese dal quale proviene.

Secondo Mazzi il film Akitsu Onsen (Le terme di Akitsu) offre un giusto approccio all'intera opera di Yoshida. Nel cast ha una figura fondamentale (la Okada e il personaggio di Shinko) per il suo concetto di femminilità, e nel film è presente secondo il critico anche un accenno di "anti cinema" attraverso un semplice concetto: una donna presa dal dolore per la sconfitta in guerra della propria nazione piange, e con le sue lacrime risana un uomo. Il pianto della donna diventa la forza vitale dell'uomo. L'interpretazione della Okada in questo film riesce a sintetizzare la complessa rappresentazione del femminile, e per l'attrice questa è una delle interpretazioni più riuscite. Il film è anche importante perchè delinea nel cinema giapponese un inizio, un'alba di post-modernismo, con alcune rotture rispetto al passato (come ad esempio nella scelta da parte del regista di voler far sentire la voce dell'Imperatore che tramite la radio annuncia la resa giapponese quando invece altri registi avevano preferito darne notizia in silenzio, ad esempio riprendendo pagine di giornali). Questa rottura è presente anche in altri film di Yoshida, come in "Donne allo specchio", film che parla del bombardamento atomico senza mai parlare della bomba atomica e delle sue devastazioni, ma raccontando tutto ciò che è stato l'atomica attraverso il racconto del significato che l'atomica ha avuto nelle vite delle donne protagoniste.

Dopo l'introduzione dei due giovani critici italiani, la parola è andata a Yoshida e alla Okada, tradotti in simultanea da Doi.

Dopo i convenevoli di rito, Yoshida ha ringraziato Mazzi e Fumarola, esprimendo la sua gioia nell'averli incontrati anche perchè quando nel 1960 lui realizzò il suo primo film probabilmente i due non erano ancora nati, e l'interesse di gente giovane per il suo lavoro non può far altro che renderlo felice. Il racconto di Yoshida è iniziato con una domanda: chi è il regista? Cosa c'è dietro il mestiere del regista? La passione per il cinema? Per Yoshida è pericoloso dare una definizione del proprio lavoro, la propria opera. Il cinema spetta tutto all'immaginazione dello spettatore, il suo cinema non appartiene a sè, e quindi non tenta nemmeno di dare una definizione del suo cinema.
Per Yoshida e per la stessa Okada il cinema all'inizio non fu una passione, ma un caso. Yoshida ricorda che da bambino, prima della guerra, andava al cinema insieme alla madre a vedere i film di John Ford con John Wayne, e ricorda che la madre gli diceva, guardando i primi piani, le inquadrature ad esempio delle mani di Wayne, che forse quelle non erano proprio le mani di quell'attore. L'iniziazione del piccolo Kiju al cinema è stata che il cinema è una bugia, è finzione. E da piccolo non aveva la minima idea di entrare a far parte di quel mondo di illusioni.

Nel 1945, poco prima la fine della guerra, Fukui, la città dove Yoshida era nato e dove viveva, venne bombardata. Yoshida aveva 12 anni, la sua famiglia venne dispersa, e si verificò un fatto che lo segnò per tutta vita, e che segnò il suo lavoro di regista. Dopo il bombardamento l'istinto spinse Yoshida a fuggire, a cercare tra le macerie delle altre case e tra i morti per le strade la sua casa. Non sa come sia riuscito a sopravvivere a quei giorni, ma forse la sua sopravvivenza fu dovuta alla scoperta di avere due occhi, due sè: un occhio sapeva come fare, come andare avanti, c'era un altro è che lo aiutò a sopravvivere. Per Yoshida i film che lui ha realizzato nella sua carriera appartengono a se stesso, ma sono i film fatti dall'altro sè, e nella sua concezione di cinema, oltre al fatto che i suoi film vengono definiti dallo spettatore, lo spettatore stesso ha un altro sè, oltre a quello cosciente. Il cinema quindi per Yoshida è un dialogo, una conversazioni tra i due sè nascosti, quello del regista e quello dello spettatore.

Dopo questo primo monologo del regista è intervenuta l'attrice Okada Mariko. Lei stessa confessa che all'inizio non voleva per niente diventare attrice. Non era sua intenzione. Perse il padre che aveva appena un anno, e solo molti anni dopo scoprirà che suo padre era una star del cinema muto, che aveva lavorato con il regista Ozu in cinque film. Scoprì questa pesante eredità solo guardando per caso un film di Mizoguchi Kenji dove lavorava il padre. A quel tempo per via della guerra era rifugiata in Niigata. Tornata a casa la madre le confessa che il padre era stata al suo tempo un grande attore. Lì per lì non le venne la voglia di seguire le orme di suo padre, ma l'ambiente in cui era cresciuta; stimolante da un punto di vista artistico, la indirizzo verso quella strada. Si iscrisse ad una scuola di recitazione. Dopo appena una settimana partecipò ad un provino e la scritturarono subito per il suo primo ruolo da protagonista in "Maihime" (La Ballerina, 1951), film tratto dal romanzo di Kawabata Yasunari "Izu no odoriko" (La ballerina di Izu). Il suo esordio da attrice giunse quindi per caso. Il suo nome d'arte lo scelse lo scrittore Tanizaki Jun'ichiro, proprio come fece per suo padre anni prima. Secondo la Okada il suo debutto non andò bene, e fu solo grazie all'incoraggiamento della madre che continuò a recitare. Il film "Akitsu Onsen" è il film numero 100 nella carriera della Okada, che tuttavia lo interpretò giovanissima, aveva (come anche Yoshida) appena 29 anni! E' stato un film da lei fortemente voluto e cercato. Era da molto tempo che voleva fare Akitsu Onsen, ma non ce n’era mai stata l’occasione perchè era tratta da un molto difficile da trasporre in film. Aveva lettola sceneggiatura del primo film di Yoshida, Rokudenashi (Buono a nulla, 1960), e l'aveva colpito molto. Ha subito pensato di voler fare un film con lui, prima o poi. Quando ha esposto il suo progetto alla Shōchiku (la casa di produzione per la quale lavorava il regista) le hanno subito detto che Yoshida avrebbe rifiutato perché lavorava solo su sceneggiature originali. Ma lei continuato a insistere. Alla fine è stato lui a convincerla a fare “il suo Akitsu Onsen”. Lei ha accettato e hanno girato il film. La Okada ha anche prodotto questo film, e sarà proprio Akitsu Onsen ad aprire la rassegna cinematografica di Parigi.

Riprende la parola Yoshida, secondo il quale ascoltare Okada che parla è sempre emozionante. Continua raccontando la sua vita. Nel dopoguerra s'iscrisse all'università scegliendo come indirizzo di studi la letteratura francese (scriverà una tesi su Sartre). Voleva davvero studiare, ma le condizioni economiche in cui versava la sua famiglia allora non gli permettevano di farlo e anzi tutta la società giapponese in quel periodo era poco stabile. Allora decise di cercare un lavoro. Rispose ad un annuncio di lavoro della casa di produzione Shōchiku (a quel tempo non c'era ancora la televisione e il cinema era in pieno boom e gli studi di produzione cercavano personale). All'annuncio risposero 2600 persone, ma solo 8 vennero assunti, tra cui Yoshida. Si rese conto che c'era un divario enorme tra lui e il cinema e doveva quindi partire da zero per colmare questo divario cercando di rispondere anche alla domanda: cosa è il cinema per me? Lui non aveva dei modelli a cui ispirarsi per cercare di farsi un'opinione in ambito cinematografico, e forse questo è ciò che gli ha permesso di riflettere al meglio sulla sua idea di cinema, rendendolo in un certo senso più forte di chi s'ispira a qualcuno nella sua opera. Quando andava al lavoro o all'università, vedeva da treno i cartelloni pubblicitari dei film, e la Okada era già un'attrice famosa. Fu un'altra coincidenza che lo fece emergere come regista dopo appena cinque anni di gavetta come aiuto-regista. Alla fine degli anni '50 la televisione aveva preso piede e il cinema stava vivendo un periodo di crisi. Le case di produzione decisero di puntare tutto su giovani registi esordienti, tra cui Yoshida e un giovane Oshima Nagisa. La casualità che regna sovrana nella carriera e nella vita di Yoshida è stata trasformata via via in necessità, e solo adesso a più di 70 anni Yoshida può affermare con serenità che il cinema lo ha accettato.

Per Yoshida il film akitsu Onsen è più della Okada che suo. Per lui si trattava del quarto film, ed aveva 29 anni come la giovane Okada. Nel film s'incontrano due giovani, un uomo e una donna. Tra i due nasce una storia, un legame che dura per 17 anni, nonostante s'incontrino solo per quattro volte. Racconta quegli anni non tanto con realismo, tuttavia Yoshida si augura che noi spettatori riusciamo ad intravvedere quegli anni del dopoguerra anche se appartengono ad un paese diverso e distante dal nostro. E ci lascia con una domanda: una storia d'amore in cui i due protagonisti s'incontrano solo in quattro momenti e per pochi giorni può essere davvero amore? E' amore l'amore che non è continuo e quotidiano? Yoshida non si pronuncia, spetta a noi definire ciò che lui ha reso come film.


Per me è stato il primo film di Yoshida, e dopo le premesse che hanno fatto il regista e la Okada devo dire che mi è piaciuto di più vederlo. In effetti ci sono molti dialoghi (alcuni anche divertenti per le situazioni in cui vengono detti), e la colonna sonora era davvero onni-presente, anche in qualche scena in cui c'era già della musica suonata da una radio (se non ricordo male)...musica sulla musica, roba strana! Il film era a colori, sottotitolato in inglese sullo schermo, e a parte, sotto, c'erano i sottotitoli in italiano, partiti in anticipo all'inizio, poi si sono ripresi. Il giapponese però non era difficile (per chi lo sa, almeno...e per dirlo io....). Per molti aspetti mi ha ricordato "Il paese delle nevi" di Kawabata: le terme, l'incontro dei due a più riprese, la donna che regala qualcosa all'uomo in termini di voglia di vivere...insomma mi ha fatto piacere vederlo e mi è venuta una gran voglia di andare alle terme! Ecco!

mercoledì, febbraio 13, 2008

Serata con Kitano....!


Ieri si è aperta presso l'Istituto Giapponese di Cultura la rassegna cinematografica "Eccentriche Visioni", e lo ha fatto con un evento speciale, la conferenza intitolata "TAKESHI KITANO storia di un mito - mito di una storia".

Doveva essere l'occasione per incontrare e conoscere Txkun, ma a causa di circostanze sfavorevoli (!) non ci siamo incontrati!

Alla conferenza erano presenti un discreto numero di persone, tra le quali ho riconosciuto due professoresse dell'università. Mi ero illusa di trovare anche Enrico Ghezzi, ma ho sbagliato conferenza, sarà presente alla prossima! Ieri hanno invece animato la discussione Bruno Di Marino, storico del cinema e docente universitario (intervenuto al posto dell'annunciato Stefano Curti, direttore artistico - Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo), Donatello Fumarola (critico cinematografico), Carlo Hintermann e Daniele Villa autori (insieme a Luciano Barcaroli) del libro "Il cinema nero di Kitano Takeshi", lavoro che cerca di analizzare il cinema del regista giapponese attraverso una chiave di lettura e propone le sceneggiature di "Sonatine", "Hana-bi", e "Brother".

La conferenza è stata preceduta dalla visione della parte finale dell'ultima opera cinematografica di Kitano, "Kantoku Banzai" (監督·ばんざい, Glory to the Filmmaker!), presentata alla 60ma edizione del Festival di Cannes e che molto sicuramente non uscirà nelle sale italiane, ma sarà direttamente distribuita su dvd.

All'inizio ha preso la parola Di Marino, che ha brevemente illustrato la collana "Eccentriche Visioni" della RaroVideo e dalla quale prende il nome la rassegna dell'Istituto Giapponese. Il "tributo" era d'altronde necessario, appunto perchè durante questa rassegna oltre ai lungometraggi in 16 o 35 mm presenti nella cineteca dell'Istituto verranno pubblicati titoli editi dalla RaroVideo in DVD di autori considerati minori come Masaki Kobayashi e Kaneto Shindo.

Dopo questa introduzione si è iniziato a parlare di Kitano Takeshi. Quello che colpisce nella cinematografia di questo regista è la sua imprevedibilità. Nei primi film sembra seguire una certa coerenza di storia, immagini, e personaggi, fino al terzo film "Silenzio sul mare" (Ano natsu, ichiban shizukana umi, 1991), dove si stenta a riconoscere lo stesso autore. Dopo l'incidente motociclistico del 1994 sembra che Kitano in ogni suo film dica "Da qui inizia per me un nuovo percorso", un percorso quasi sempre di auto-distruzione e poi rinascita.

Secondo Hintermann sembra che il cinema di Kitano ogni volta spiazzi non solo il pubblico, ma anche tutta quella critica cinematografica che cerca d'inquadrare e classificare i suoi film e che non ci riesce perchè ogni film di Kitano altro non è se non una "testimonianza". Prima di affrontare il lungo lavoro che alla fine è terminato con il libro, Hintermann e Villa si sono più volti chiesti: "Attraverso quale porta possiamo entrare nell'universo Kitano"? Le risposte a questo interrogativo sono presenti anche nell'introduzione, scritta da Shigehiko Hasumi, nella quale si legge anche che una delle caratteristiche del cinema di Kitano è il non dichiarare, il mutare continuamente senza dichiarare questa mutazione. Hintermann ha definito questa caratteristica di Kitano con l'espressione "sfinge della mutazione".

Anche Fumarola ammette la difficoltà nel trovare nell'opera di Kitano un collegamento con il mondo esterno (anche cinematografico), e per il critico l'intera opera di Kitano può essere vista come un unico grande film nel quale di volta in volta vengono fuori i diversi aspetti di Kitano: il performer televisivo, il comico, lo yakuza...etc. Una delle iniziali chiavi di lettura poteva essere il noir...ma da quando le sue opere si sono fatte più sentimentali, a volte tenere, è difficile non accorgersi dei tanti percorsi che in ogni film Kitano intende percorrere. Questo si riflette anche nelle sceneggiature delle sue opere: a volte non ci sono proprio e sono improvvisate, altre volte vengono modificate, altre volte ancora ci sono, ma non vengono rispettate.

Hintermann ritiene che esista un "sistema Kitano": l'universo del regista Kitano si accorda con il suo mondo, soprattutto con quello televisivo. Molte volte la scrittura della sceneggiatura di un film avviene durante le pause della registrazione di un programma televisivo, da dove Kitano attinge le immagini fondamentali. In tutto questo lavoro grandissima importanza riveste l'assistente personale di Kitano.

Un altro tema che è stato trattato e che può essere visto come una delle porte dalle quali entrare nell'universo Kitano è quello della dicotomia morte/rinascita. Forse tutto nasce da "Brother", considerato da Hintermann come l'atto sacrificale.

Prendendo come spunto il cortometraggio realizzato da Kitano per il film corale "A ciascuno il suo cinema", realizzato lo scorso anno per festeggiare i 60 anni del Festival del Cinema di Cannes, si porta il discorso sulla relazione tra il cinema mondiale e il cinema di Kitano. Ci si rende conto che mentre si assiste alla tendenza generale di emulare (non si sa poi perchè) il cinema USA, tendenza seguita anche dal cinema europeo, l'opera di Kitano se ne discosta...ma più che sfuggire si rinnova, forse perchè Kitano, proprio per la sua provenienza dal mondo dello spettacolo, è l'unico regista tra i molti ad essersi accorto che il cinema non è solo nelle sale cinematografiche, ma può essere presente, appunto, anche nella TV, che può essere fonte d'ispirazione per il cinema.

Di Marino poi pone la fatidica domanda agli autori del libro: "Che tipo è Kitano dal vivo?". Villa e Hintermann all'unisono dicono che è un tipo molto disponibile, ha improvvisato delle gag (come quando li ha rincorsi per un corridoio dopo un'intervista per portar loro il pacchetto di sigarette che avevano lasciato sul tavolo della sala dell'intervista...e poi si è intrattenuto a parlare e fumare con loro perchè non conosceva quella marca di sigarette e ne era incuriosito), e in generale è sembrato una persona dai modi molto cortesi.

La cortesia di Kitano però ha avuto anche dei limiti! Infatti all'inizio c'è stata una certa diffidenza da parte dell'Office Kitano nella realizzazione del libro, e, come in tutte le organizzazioni giapponesi, gli autori sono dovuti passare per determinati canali avendo sempre un atteggiamento preciso. L'Office poi si è dimostrato molto disponibile, ma Kitano più volte (perchè Villa e Hintermann hanno insistito più di una volta) ha detto NO al progetto dei due di realizzare all'interno del libro anche un'antologia televisiva. Il rifiuto di Kitano è presto spiegato. Innanzitutto per lui la televisione che fa in Giappone risulterebbe completamente incomprensibile al pubblico italiano; e inoltre, cosa più importante, per Kitano la TV non può essere storicizzata, perchè un'opera televisiva si consuma nel momento in cui viene trasmessa (secondo Villa il suo rifiuto per un'antologia televisiva è anche dettato dal fatto che la separazione tra Kitano-perfermer-televisivo e Kitano-regista è molto sentita in Giappone, e molti giapponesi ignorano le opere di Kitano regista conosciute e apprezzate invece all'estero).

La conferenza poi si è conclusa con la proiezione del "One Fine Day" realizzato da Kitano "A ciascuno il suo cinema":



Dopo la conferenza è stato trasmesso "Boiling Point", uscito in cofanetto per la RaroVideo insieme a "Violent Cop".

martedì, maggio 29, 2007

Ai confini dell'autunno


Tornata da cinque giorni di ferie fuori Roma mi sono portata appresso dalla Romagna un clima decisamente autunnale! Stamattina alle 6:30 tiravano certe raffiche di vento freddo che mi avrebbero fatto molto piacere appena qualche giorno fa, ma con la pioggia e le temperature tiepide di queste giorni...bhè...poco ci manca che mi prenda un raffreddore!

In questi giorni sono riuscita a stare in spiaggia per quasi un'ora e mezza in totale! Era ridicolo stare a prendere il sole (?) con il vento che mi riempiva di sabbia gli occhi, l'asciugamano, l'ombelico...va bene che le sabbiature sono salutari, ma arrivati ad una certa età bisogna anche fare delle scelte intelligenti di tanto in tanto. Per cui io e Pasquale abbiamo abbandonato l'idea dell'abbronzatura pre-estiva (alla quale tenevo più io che lui) rimandandola a quale week end più proficuo.

Sono riuscita a vedere "I pirati dei Caraibi: ai confini del mondo". Devo davvero commentare? STUPENDO!! Questo terzo film l'aspettavo davvero con ansia! Dopo aver visto fino allo sfinimento i primi due capitoli della saga piratesca (in italiano, in inglese, in turco...in mongolo...) dovevo assolutamente sapere come si sarebbero sviluppate certi eventi lasciati relativamente in sospeso! Devo dire che alcune scene sono molto veloci, bisogna stare con gli occhi incollati allo schermo per seguire bene la pellicola (come nelle scene iniziali dei combattimenti a Singapore), o nella finale battaglia navale! Su Depp ormai non ho più parole per esprimere la sua bravura e la sua bellezza (l'ultimo stadio della mia infatuazione nei suoi confronti è probabilmente saltargli adosso e basta!!!)...ma vorrei anche confermare una cosa che penso da tanto temmpo: Chow Yun Fat come lo metti lo metti è veramente un uomo strabordante di fascino!

lunedì, febbraio 19, 2007

Garden State



Ieri ho visto un bijou di film! Non credo lo conoscano in molti, ma merita davvero di essere visto, e di essere ascoltato per la sua colonna sonora! Si tratta di Garden State, opera prima da regista di Zach Braff, meglio conosciuto come il dottor Dorian/Barbie/Sally/Minnie...della serie tv Scrubs!

Plot (senza spoiler): Andrew Largeman (interpretato dallo stesso Zach Braff), attore-sfigato-senza troppa carriera di L.A., torna dopo nove anni nella città in cui è nato per il funerale di sua madre. Vissuto fin da piccolo imbottito di vari psicofarmaci prescritti dal padre-psichiatra (interpretato dal mitico Iam Holm aka Bilbo Beggins della Contea di Mezzo aka Sir William Gull/Jack lo Squartatore), nei pochi giorni che trascorre nella sua vecchia città, senza toccare nemmeno una pillola, apre gli occhi ad una nuova vita, "illuminato" in questo dalla conoscenza di Sam, ragazza incline alla bugia ed epilettica interpretata da Natalie Portman, dalla frequentazione di vecchi e sballati amici (tra cui Mark, becchino nel cimitero ebraico che ruba gioielli dalle casse delle morte e colleziona qualsiasi cosa che possa essere un investimento per il futuro), e dal chiarimento con il padre ("Io e te staremo bene, questo lo sai, vero? Forse non saremo felici come tu hai sempre sperato che fossimo, ma per la prima volta, papà, concediamoci di essere quello che siamo veramente, sarà sicuramente meglio, non credi?").

Bella colonna sonora (Coldplay, Simon & Garfunkel, Frou Frou, Lionel Richie...), nel film c'è un po' del dottor Dorian, e alcune trovate semplici, ma divertenti (il cane di una donna cieca che si accoppia con la gamba di Andrew mentre è in attesa dal dottore, la camicia della stessa fantasia della carta da parati, l'attestato dello psichiatra appeso al soffitto perchè sulla parete con c'è più posto, il velcro che non fa rumore, il guardiano del canyon...).

Mi raccomando, è un film altamente consigliato!

sabato, gennaio 13, 2007

L'esercito di Freddy Mercury


Ieri sera sono andata con Fuji e la signora Fuji (!!) a vedere la mostra "Cina. La nascita di un Impero", allestita presso le Scuderie del Quirinale. Sono esposti reperti provenienti in larga parte dalle tombe regali e imperiali che abbracciano 10 secoli di storia cinese dall'ultima dinastia pre-imperiale dei Zhou (1045-221 ac) alle due dinastie imperiali dei Qin (221-206 a.C.) e degli Han occidentali (206 a.C.-23 d.C.).

I pezzi forti della mostra sono le statue di terracotta del primo Imperatore cinese Qin Shi Huangdi, ritrovati per caso negli anni '70, e che fanno parte del vasto esercito di terracotta a grandezza naturale messo a guardia del mausoleo dell'Imperatore (mausoleo non ancora scavato dagli archeologi). Di questo vasto esercito sono messe in mostra un gruppo di una decina di statue (balestrieri, cavallo e cavaliere, soldati, comandanti...) più un gruppo di guerrieri su carro trainato da quattro cavalli. Ma tutti gli oggetti delle 10 sale sono interessanti da vedere.


A me ha particolarmente colpito la veste funebre a grandezza naturale realizzata con migliaia di tasselli in giada uniti l'un l'altro da filo d'oro! Nella Cina antica si riteneva che la giada potesse preservare la salma dalla decomposizione, consentendo la sopravvivenza dell’anima. Da questa credenza derivò l’usanza, durata qualche secolo, di cucire intorno al corpo del defunto un vero e proprio abito di giada alla cui preparazione si dedicavano per anni numerosi esperti artigiani. L’esemplare in mostra è uno dei più belli tra i circa quaranta finora rinvenuti.


Chi può non si lasci sfuggire questa mostra (fino al 28 gennaio, particolari nel link all'inizio del post! Qui invece sono presenti altre foto e alcuni saggi scaricabili!).

Ho appreso invece da poco che Johnny Depp potrebbe interpretare il mitico Freddy Mercury in un film sulla vita del cantante. La notizia arriva dal tabloid inglese The Independent, confermata in persona da Brian May, lo storico chitarrista della band inglese. La produzione sarà a cura della Tribeca Production di Robert De Niro. Ora, chi di voi mi conosce bene sa l'ammirazione e l'innamoramento maniacale che ho nei confronti sia di Freddy sia di Johnny: secondo voi sono svenuta nel leggere tale notizia..? :) La risposta è affermativa!





venerdì, agosto 11, 2006

Gedo?? Senki??



Breve post per dirvi che ieri sono andata a vedere l`ultima fatica dello studio Ghibli, ovvero Gedo Senki diretto dal figlio di Hayao Miyazaki, Goro.

Quanto ci ho capito di tutto il film? Assolutamente niente!!! Che depressione che mi era venuta!! Ma i dialoghi erano veramente difficili, e la storia leggermente incasinata! Per cui stasera sono andata a spulciare tra i vari siti per capire di che cosa tratta (cosa che potevo fare benissimo prima, ma mi sono sopravvalutata!!), e ho realizzato che e` davvero un bel film! Ora aspetto una qualche edizione in dvd sottotitolata in qualche lingua che conosco, oppure aspetto che esca l`edizione italiana!

A presto!

martedì, aprile 04, 2006

Basic Rassegna

Un post veloce veloce per raccontare una cosa che a me e a Pasquale ha fatto un po' ridere.
Lunedì sera dopo breve pomeriggio passato ad un centro commerciale, ci scapicolliamo a casa per mangiare delle buonissime penne al curry con zucchine e gamberetti (mmmhhh...buone!). Con le penne che fanno ancora su e giù per l'esofago andiamo al cinema per vedere l'ultimo film di Nanni Moretti.

Arriviamo alle 20e28 circa, lo spettacolo inizia alle 20e30. Biglietteria: "Due biglietti per Il Caimano. Stasera c'è Il Caimano, vero?". Signorina al banco: "No, stasera c'è la rassegna". Io e P. ci guardiamo perplessi, e la mia mente inizia a pensare a probabili film da rassegna: L'Albero degli Zoccoli, Roma Città Aperta, Kagemusha, Morte di un Maestro di Thè (sì lo so, ho molta fantasia a pensare ad una rassegna di cinema giapponese sulla costa adriatica...), etc.

"Che film c'è in rassegna?". La signorina: "Basic Instinct". Sguardi perplessi. "Il primo?!?!". La Signorina: "No, il secondo". "Vabbè, annamocene và!".

lunedì, marzo 27, 2006

Chicken for Vendetta

Avevo accennato ad una mia possibile recensione del film "V per Vendetta". Oggi ho visto anche "Chicken Little" (il perchè ho visto questo film chiedetelo al Fuji). Forse ho confuso un po' i film, ma ecco la trama di quello che ho visto.


La Germania, vincitrice della Seconda Guerra Mondiale, ha trasformato il paese di Quercia Ghiandosa, la città dove le ghiande sono molto appetitose e fanno gola perfino agli abitanti di altri mondi, in un villaggio nazista. "L", un misterioso polletto rivoluzionario deciso a sconfiggere la dittatura con atti di terrorismo, scatena il panico sostenendo che un pezzo di cielo gli è caduto in testa e la fine del mondo è vicina.

Naturalmente nessuno gli crede, nemmeno suo padre, e da quel momento diventa lo zimbello di tutto il villaggio. Per non farsi riconoscere "L" inizia ad andare in giro nascosto dietro la maschera di un certo Guy Fawkes, un cospiratore cattolico che tentò di far saltare il Parlamento di Londra il 5 novembre 1606. Chi conosce questo tipo?? Nessuno!!! Ottimo travestimento!

Una notte, sorpresa per le strade del villaggio durante il coprifuoco, la giovane Alba Papera Portman è accerchiata da tre funzionari della brutale polizia politica. A salvarla, emerge dalla nebbia proprio "L", che per l'occasione inizia anche a parlare declamando in aulico pollese. Lo strano personaggio invita Alba Papera ad assistere a un'azione dimostrativa: una partita di baseball che, per il rotto della cuffia, lo incorona campione del campionato. La performance sportiva fa riconquistare a "L" la fiducia e la stima del padre.

Tuttavia mentre il governo comunale di Quercia Ghiandosa scatena i suoi apparati segreti nella caccia al terrorista, quest'ultimo si rifà vivo negli studi della rete tv per la quale lavora Alba Papera e obbliga a trasmettere un videomessaggio in cui invita gli abitanti del villaggio a dargli una mano per completare l'opera incompiuta di Fawkes (ma chi cavolo è????). "La gente non dovrebbe avere paura del proprio governo, il governo dovrebbe avere paura dei propri polli". Per le strade del villaggio la situazione precipita: il pollaio è in fiamme e "L" rapisce Alba Papera per reclutarla alla sua causa.

La papera, quando arriva a scoprire il passato del pollo mascherato (morte prematura della madre, crisi adolescenziale per bassa statura e probabile rachitismo, cavia presso i laboratori della Amadori...) decide di aderire alla sua causa e di portare avanti con lui la lotta per la libertà. "L" a questo punto si fà un po' fetente: spiuma Alba Papera e le fa credere di essere stata imprigionata dalla polizia politica. Il gioco è bello quando dura poco, e alla faccia incupita di Alba Papera che sembra dire "Cazzo, ma quanto sei scemo?!", "L" risponde: "Eh, e nun se po' manco scherzà! L'ho fatto per il tuo bene!".

Ma, proprio quando le cose sembrano mettersi per il meglio, un pezzo di cielo, o meglio un frammento di un'astronave, cade realmente sulla testa di "L". A quel punto il polletto rivoluzionario, nel tentativo di salvare il mondo, che un'invasione di alieni malvagi vorrebbe apparentemente vaporizzare, deve unirsi a un gruppo di improbabili amici, tra cui Aldo Cotechino e Pesce Fuor d'Acqua. L'azione di salvataggio del mondo dura un anno intero, ma sullo schermo del tempo che passa manco l'ombra...!

Il resto non lo posso svelare...!

Buona visione!

:P

(Grazie al Fuji per l'immagine!!)

domenica, febbraio 19, 2006

The Libertine...oh Johnny!


Una settimana fa, in un'insolita non troppo fredda notte cesenate, sono andata a vedere il film di cui mi accingo a parlare, The Libertine. L'interesse per questa pellicola era dettata soprattuto dal faccione intrigante e sensuale di Johnny Deep che emerge dalla locandina in bianco e nero del film. La faccia di Johnny è bella indipendentemente dalla locandina sulla quale è stampata.

Del film sapevo poco e niente, per cui ci sono andata non troppo prevenuta, ma curiosa di quello che stavo per vedere. Con stupore ho poi letto in questi giorni dure critiche e spietate recensioni su un film che a dire il vero è molto piacevole, nonostante quello che il protagonista dice nel prologo del film:"Non vi piacerò".

Il film parla di John Wilmot, secondo Duca di Rochester, famoso poeta e commediografo della Londra del 1600 post-Shakespeare, noto per la sua vita anticonformista. Per la trama del film e per la vita e le opere del Wilmot vi rimando ad un qualsiasi motore di ricerca sul web.

Il film è un adattamento cinematografico dell'omonima opera teatrale di Stephen Jeffreys (che nel film è lo sceneggiatore di se stesso), e di questa origine teatrale del film ci si rende conto dalle inquadrature, dalla fotografia e dalla luce utilizzate nelle riprese. Si ha l'impressione, dai numerosi primi piani (ai quali non sfuggono sudore, unto della pelle, e imperfezioni piccole e grandi del volto), dai movimenti della telecamera che seguono traballanti gli attori, dalla penombra della luce di candela (scelta artistica del regista Laurence Dunmore, che firma con questo film la sua opera prima), di trovarsi su un palco teatrale o quanto meno in una primissima fila di un teatro inglese, o addirittura di essere l'interlocutore delle varie parti declamate. Il film ha un prologo ed un epilogo recitato dal protagonista, proprio come in una pièce teatrale. Il linguaggio è poeticamente elaborato come in un libretto (abbiamo pensato, io e il mio accompagnatore cesenate, che in originale l'inglese sia quello del XVII secolo, ma non ho ancora trovato nulla a sostegno di questa teoria). Il film è stato percepito --forse per colpa del trailer cinematografico-- come la storia di un uomo dissoluto (interpretato da un attore relativamente dissoluto e bellissimo...lo so, sono ripetitiva!), e per questo ci si aspettava malizia, lussuria, festini vari e chi più ne ha più ne metta. Niente di tutto ciò. Qui il Duca di Rochester sembra più impegnato in un amplesso con l'arte della composizione letteraria (poesia o commedia che dir si voglia) piuttosto che con prostitute o attrici-prostitute che pure compaiono nel film. Secondo me è molto meglio godere di questi aspetti letterari che starsene seduti a guardare due ore di stravizi di un conte inglese del diciassettesimo secolo che muore deturpato dalla sifilide, cosa che, aihmè, ci si aspettava invece da chi ha stroncato il film.

Insieme al bel Johnny ci sono anche il John-mito vivente- Malkovich, una Samantha Morton (la Agatha di Minority Report ) piuttosto in carne, le musiche sono di Michael Nyman...che altro dire??

sabato, agosto 27, 2005

Lost in Traslation


Stasera ho visto per non so quale volta il film Lost in Traslation di Sofia Coppola. Avevo voglia di vedere un po' di Giappone, e questo film soddisfa sempre questa voglia.

I pareri di chi ha visto Lost variano. Per chi non sta "dentro" la cultura giapponese e quel vago senso di "lentezza" che i film ispirati dal Giappone possono dare il parere è unanime: una vera noia. Chi conosce il Giappone e per questo era incuriosito da questo film può trarre le seguenti conclusioni: quello non è il Giappone oppure quello era il Giappone visto da chi lo vedeva per la prima volta. Io sono per quest'ultima conclusione. Le impressioni della protagonista Charlotte sono quelle avute dalla regista la prima volta che è stata in Giappone, ed è umano lasciarsi prendere la prima volta dalla "facciata" di quel che si vede, soprattutto quando si tratta di un paese che si mostra per come è raramente. O non lo fa affatto.

Inoltre il Giappone fa solo da cornice alle esistenze dei due protagonisti, lei appena sposata e con molti dubbi su quello che è e che farà. Lui attore di mezza età che invece di recitare nei film sponsorizza wiskey. Come dice il sottotitolo del film "Everyone wants to be found".
Insomma, a me questo film piace e lo consiglio. L'avete già visto? Che ne pensate?

martedì, giugno 14, 2005


Nana Movie Posted by Hello